SERATA INAUGURALE
Mercoledì 28 Maggio ore 21:15
Giovedì 29 Maggio ore 21:15 replica
Teatro dei Serici
Belvedere Reale di San Leucio
ingresso ad invito
CARMINA BURANA
DI CARL ORFF
Cantione Profanae
Per soli coro, coro di voci bianche e orchestra
Coro
Conservatorio “ Domenico Cimarosa”
Associazione Polifonica “Corale Duomo”
Avellino
Coro di voci bianche
Teatro Comunale “ Carlo Gesualdo”
Avellino
Orchestra Sinfonica
Conservatorio “ Domenico Cimarosa”
Avellino
Soprano
Olga De Maio
Tenore
Pasquale Tizzani
Baritono
Francesco Esposito
Voci recitanti
Peppe Mastrocinque – Angela Di Matteo
Direttore
Carmelo Columbro
Ecco la gran chiesa piena di popolo e clero, officiante e non: ecco musica, incenso, preghiere e la gran luce colorata che viene dalle vetrate: c’ è tutta la storia lassù, dalla Creazione alla vita dei santi. Ecco un’altra gran chiesa affollata, è più buia, ma ecco, con le luci delle candele che la illuminano, si rivela ugualmente affollata. Cambia la gran forma degli edifici, lo stile è ora con guglie e pinnacoli più moderno, il gotico, ora più massiccio più antico e severo, il romanico, ma brulicano tutte di vita. Brulica di vita intanto pure la piazza con il mercato di frutta e verdure, e utensili e anche animali domestici: brulicano di vita i fondaci con gioielli e spezie, stoffe preziose, ed animali esotici magari. Ecco anche gli uffici dei banchieri con monete di ogni parte del mondo conosciuto. Pregano gli uomini e le donne e fanno affari. Si beve e canta nelle taverne affollate, piene di fumo e fragranze spesso attraenti, e gustose: qui le donne pure ci sono, ed allegre, ma meglio sarebbe e non ci fossero dice taluno. C’è pure l’abate di Cucania qualche volta. E non dovrebbe. Ci sono i chierici vaganti, dotti e scapestrati un po’ giullari, un po’ provocatori con le loro idee ardite, sviluppate nei chiostri, non sempre quieti, appagati. Si sente dovunque un moderno latino, e lingua francese ed italiana e tedesco ed altro. Vive colorato nei prati a Primavera e fa festa il mondo dei”Secoli bui”, come lo hanno chiamato i posteri, ed invece è colorato il mondo delle cattedrali, delle taverne e dei mercanti, Vi si commettono peccati piccoli e grandi come sempre: forse l‘immagine splendida, ma terribile e iettatoria, delle “Danze macabre”, che ci sono in alcune chiese e nei cimiteri, va avvicinata alle pitture delle miniature gioiose ed affabulatrici dei codici, a tante altre immagini liete dell’epoca.
A ben pensarci, bui sono piuttosto i cieli pieni smog e caligine dei posteri saccenti, con una strana idea di progresso. E’ colorata la vita del castello, forse più austera, come il castello qui di fronte ai tempi del suo splendore: e magari ci si diverte pure nelle abbazie, qui vicino ce n’è più d’una insigne, dove non era tutto cupo ed impressionante come vuole un gran chierico del tardo XX secolo nel suo inseguire il “ Nome della rosa”. E c’erano dotti giovani e vecchi, sognatori di viaggi ad Oriente di Bisanzio, e nel passato tra le imprese dei gran cavalieri antichissimi. E comparivano ancora gli Dei, nei boschi de pagani, nei codici proprio quelli degli scriptoria dei monasteri. Chi racconta tutto ciò con un sorriso che viene da un mondo immaginato e studiato come arcigno assai è in particolare un codice di canti che fu trovato, secondo tradizione, nel 1803 proprio in un monastero, a Benediktbeuren (Bura Sancti Benedicti cioè, e di qui la spiegazione del nome famoso dei canti che stiamo ascoltando) vicino al Kochelsee in Alta Baviera, per poi finire nella Biblioteca Reale di Monaco, sede più aulica ed accademica, per tristi vicende amministrative e belliche. Era l’epoca in cui si cominciavano a scoprire gli spunti fascinosi dei “ Secoli bui”, ma allora piacevano di più trovatori e dame, si cercavano gli eroi, e Tristano ed Isotta.
Il gusto buono della vita di tutti i giorni il gusto goliardico, un po’ terra, terra magari, saporito di birra e di vino del Sud o della Mosella poco lo si amava. Figuriamoci la sua variante birbante e scapestrata. Ma il manoscritto, con tanti testi soprattutto anonimi ed alcuni sacri, ma elusi dall’antologia organizzata da Orff, e da lui resa immortale, facendo conoscere a tutti queste composizioni, il manoscritto improvvisamente balzato fuori dalla polvere della santa biblioteca ha sollecitato a scoprire di quel mondo un inedito sorriso. A pensarci altri testi c’erano e ci sono adatti a fare rivivere l’insospettabile letizia del Medio Evo, ma questo è stato fortunato, poiché un’artista l’ ha portato, forse in salvo, dal mondo della filologia a quello della poesia, Carl Orff, gran musicista tedesco del secolo XX. E lo ha chiamato, musicandone alcuni testi, “Cantiones profanae cantoribus et choris cantandae comitantibus instrumentis atque imaginibus magicis.” Si mettono in risalto magia ed umori terrestri per equilibrare con brio le tetre atmosfere di una tradizione eccessiva e deprimente. Ruota la vita e la Fortuna, volgono le stagioni, l’uomo è incerto, beve ed il tempo par giocondo, in taverna e sui prati fuori città, a divertirsi a ballare, ma senza la ”Marcia delle corporazioni”e le sontuose compassate danze degli apprendisti di Norimberga, momenti bellissimi ma troppo impegnativi. Come è diversa infatti l’atmosfera su questi prati. Ed intanto la ruota della Fortuna continua la sua corsa girando, nei versi anonimi, nella musica di Orff, o in quella autentica, antica ed oggi per taluni assai trendy, nel cielo armonico delle “diverse Rote” di Aristotele, e Tommaso e Dante. Tutt’altro che il “canto del Destino” intonato al volgere del XIX secolo da Brahms su testo di Holderlin.. E’ questa del musicista tedesco una cantata scenica, teatro potenziale e reale, prediletto più dai direttori d’orchestra e magari dai coreografi, più che dai registi: e lo dobbiamo immaginare compiersi come una sacra, in effetti profana, rappresentazione, un po’ come le scene delle vite dei santi nelle predelle dei polittici, o perfino le stazioni della “ Via Crucis”, “ si licet ”, serie di tante piccole scene in successione, come il memorabile”Jedermann“ riproposto in quei decenni da Hofmannsthal. E le figurette che cantano la quotidianità sono figure simbolo, un po’ ciascuno di noi. Non ci sono quindi personaggi, individualità. Il testo organizzato da Orff si svolge come una suite di pannelli che quasi si mutano l’uno nell’altro, una cavalcata, ma tanto diversa da quella del film “ Excalibur”, con la musica di Orff per i “ Carmina” appunto: qui uno spirito benevolo, vagamente beffardo ci fa volare tra pinnacoli e rosoni di cattedrali, cuspidi di Rathaus e campanili, piazze animatissime e “Logge della mercanzia”, sorvolando una gran festa. Allora poi, forse, le grandi città si assomigliavano tutte nell’Europa più omogenea di quanto sarà poi, ed oggi torna ad essere, con la globalizzazione che ha preso il posto di quell’unità complessiva che faceva assomigliare in altro modo le cattedrali del Nord a quelle della Puglia, per esempio.I canti del manoscritto sono più di duecento, risalenti al XII E XIII secolo, e solo una piccola parte, e tutta profana, è stata usata da Orff per il suo lavoro del 1935-36, eseguito a Francoforte sul Meno nel 1937,, suo primo grande successo, sua opera simbolo. E su questo modello il compositore ha scritto i “ Catulli Carmina”, la musica per opere su testo di tragedie greche. Giocando, quasi a fare il compositore arcaico, magari con una strizzatina d’occhio ad una immaginaria barbarie. La sua musica prescinde da quella di cui il manoscritto, opera verosimilmente di sei copisti, reca traccia ed oggi è decifrata ed è stata resa eseguibile da gruppi specializzati, dopo complessi studi paleografici e filologici. Tuttavia vi è traccia nella musica di Orff di spunti di canti dei “Clerici vagantes” Dunque, la musica dei Carmina è basata su percussioni e fiati, con solisti e coro usati all’insegna del più spigliato vitalismo magari anche meccanico, per qualche verso, ma di coinvolgente esuberanza. Memorabili gli “ostinati” energici, i modi arcaizzanti quindi, le sonorità della parte del tenore, così poco eroica ed ottocentesca E merita attenzione in tal senso anche la vocalità prevista per la voce grave. Infatti del modo che i Romantici hanno tenuto nel fare rivivere il Medio Evo qui non c’ nulla. Né le atmosfere di Merschner e Weber, né di Verdi e perfino di Wagner. Anzi forse c’è esplicitamente un approccio contrario. Ma è questa comunque partitura assai dotta, fondata sul canto diatonico, uso di spunti di vecchi motivi di canto e danza tedeschi, spunti parodistici, e c’è qualche arioso alla maniera di Monteverdi, che Orff molto ben conosceva anche per averne curato moderne edizioni, quindi non stupisce trovare qui nobile declamato melodico. Per ottenere questi ricercati effetti, il musicista inserisce in orchestra glockenspiel, xilofono, grandi e piccoli cimbali per potenziare da tutti i punti di vista la resa espressiva di un mondo lontano. Ed anche il pianoforte è usato in questa singolare prospettiva. Manca l’amalgama dei timbri romantico, e di ogni strumento è valorizzata la specificità di colori ed effetti. I venticinque numeri della partitura sono articolati in tre gran sezioni, precedute e concluse al coro della “ Fortuna” ed articolate in una successine che realizza un efficace contrasto reciproco tra i singoli piccoli quadri.
Massimo Lo Iacono